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Giovanni Melchiorre Bosco, meglio noto come don Bosco (Castelnuovo
d'Asti, 16 agosto 1815 – Torino, 31 gennaio 1888), è
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La più famosa fra le
immagini di don Bosco |
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Presbitero e fondatore |
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Nascita |
16 agosto 1815 |
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Morte |
31 gennaio 1888 |
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Venerato da |
Chiesa cattolica |
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Beatificazione |
2 giugno 1929 da
Papa
Pio XI |
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Canonizzazione |
1º aprile 1934 da
Papa
Pio XI |
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Ricorrenza |
31 gennaio |
stato un
presbitero e
pedagogo italiano, fondatore delle
congregazioni
dei
Salesiani
e delle
Figlie di Maria
Ausiliatrice; papa Pio XI lo ha canonizzato nel 1934.
La vita
L'infanzia
Giovanni Bosco nacque il 16 agosto 1815 in una cascina dove ora sorge il
Tempio di Don Bosco, in una piccola frazione, "I Becchi"
di Castelnuovo d'Asti,
oggi Castelnuovo Don Bosco, figlio di Francesco Bosco e Margherita
Occhiena.
Il padre era rimasto vedovo di un precedente matrimonio e aveva già avuto due
figli, di nome Antonio e Teresa Maria, anche se la seconda era morta dopo appena
due giorni dalla nascita.
[1]
Oltre a Giovanni, ebbe da Margherita Occhiena un altro figlio, che chiamò
Giuseppe.
(nella foto
la casa natale di Don Bosco)
I primi anni
Francesco Bosco, il padre, quando Giovanni aveva ancora due anni, contrasse
una grave polmonite che lo condusse alla morte nel maggio del 1817, lasciando
così la moglie Margherita vedova con tre figli da accudire, oltre alla madre del
marito, anziana ed inferma.
Furono anni molto difficili per mamma Margherita; molta
gente morì a causa della fame e delle epidemie. Margherita riuscì a sopravvivere
insieme ai suoi figlioli solo comprando, a caro prezzo, il grano dal sacerdote
Don Vittorio Amede, ritenuto un vero e proprio strozzino.
A nove anni il piccolo Giovanni Bosco ebbe un sogno che egli stesso definì
"profetico" e che più volte raccontò ai ragazzi del suo Oratorio:
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« A 9 anni
ho fatto un sogno. Mi pareva di essere vicino a casa, in un cortile molto
vasto, dove si divertiva una gran quantità di ragazzi. Alcuni ridevano,
altri giocavano, non pochi bestemmiavano. Al sentire le bestemmie, mi
slanciai in mezzo a loro. Cercai di farli tacere usando pugni e parole.
In quel momento apparve un uomo maestoso, vestito nobilmente. Un manto
bianco gli copriva tutta la persona. La sua faccia era così luminosa che
non riuscivo a fissarla. Egli mi chiamò per nome e mi ordinò di mettermi a
capo di quei ragazzi. Aggiunse: "Dovrai farteli amici non con le percosse
ma con la mansuetudine e la carità. Su, parla, spiegagli che il peccato è
una cosa cattiva e che l'amicizia con il Signore è un bene prezioso".
Confuso e spaventato risposi che io ero un ragazzo povero e ignorante, che
non ero capace di parlare di religione a quei monelli.
In quel momento i ragazzi cessarono le risse, gli schiamazzi e le
bestemmie, e si raccolsero tutti intorno a colui che parlava.
Quasi senza
sapere cosa facessi gli domandai: "Chi siete voi, che mi comandate cose
impossibili?". "Proprio perché queste cose ti sembrano impossibili –
rispose - dovrai renderle possibili con l'obbedienza e acquistando la
scienza". "Come potrò acquistare la scienza?". "Io ti darò la maestra.
Sotto la sua guida si diventa sapienti, ma senza di lei anche chi è
sapiente diventa un povero ignorante". "Ma chi siete voi?". "Io sono il
figlio di colei che tua madre ti insegnò a salutare tre volte al giorno".
"La mamma mi dice sempre di non stare con quelli che non conosco, senza il
suo permesso. Perciò ditemi il vostro nome". "Il mio nome domandalo a mia
madre".
In quel momento ho visto vicino a lui una donna maestosa, vestita di un
manto che risplendeva da tutte le parti, come se in ogni punto ci fosse
una stella luminosissima. Vedendomi sempre più confuso, mi fece cenno di
andarle vicino, mi prese con bontà per mano e mi disse: "Guarda" Guardai e
mi accorsi che quei ragazzi erano tutti scomparsi. Al loro posto c'era una
moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi e parecchi altri animali. La
donna maestosa mi disse: "Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare.
Cresci umile, forte e robusto, e ciò che adesso vedrai succedere a questi
animali, tu lo dovrai fare per i miei figli". Guardai ancora, ed ecco che
al posto di animali feroci comparvero altrettanti agnelli mansueti, che
saltellavano, correvano, belavano, facevano festa attorno a quell'uomo e a
quella signora. A quel punto nel sogno mi misi a piangere. Dissi a quella
signora che non capivo tutte quelle cose. Allora mi pose una mano sul capo
e mi disse: "A suo tempo, tutto comprenderai".
Aveva appena detto queste parole che un rumore mi svegliò. Ogni cosa
era scomparsa.
Io rimasi sbalordito. Mi sembrava di avere le mani che
facevano male per i pugni che avevo dato, che la faccia mi bruciasse per
gli schiaffi ricevuti. Al mattino ho subito raccontato il sogno, prima ai
fratelli che si misero a ridere, poi alla mamma e alla nonna. Ognuno diede
la sua interpretazione. Giuseppe disse: "Diventerai un pecoraio". Mia
madre: "Chissà che non abbia a diventare prete". Antonio malignò: "Sarai
un capo di briganti". L'ultima parola la disse la nonna, che non sapeva né
leggere né scrivere: "Non bisogna credere ai sogni". Io ero del parere
della nonna. Tuttavia quel sogno non riuscii più a togliermelo dalla
mente » |
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Lo storico Pietro Stella ipotizzò che il sogno del giovane Bosco venne
influenzato da una predica riguardante il mandato di Gesù a
San Pietro
e la celebre frase: "Pasci le mie pecorelle". Secondo gli studi dello
storico infatti Giovanni fece quel sogno proprio la notte
successiva alla festa
di San Pietro.
La formazione e gli
studi
In seguito a quel sogno, il giovane Bosco decise di seguire la
strada del sacerdozio e, poiché la scuola elementare era lontana
da casa sua, imparò a sillabare da un vecchio contadino che
sapeva leggere. A Capriglio vi
era una scuola elementare all'interno della parrocchia e ivi si
recò il ragazzino per studiare ma don Lacqua, il cappellano che
gestiva le lezioni, non lo accolse fra i suoi alunni poiché
apparteneva a un altro comune. Fortuna volle che, morta la serva
del curato, questi assunse Marianna Occhiena, sorella di
Margherita e dunque zia di Giovanni Bosco, che pregò don Lacqua
affinché accogliesse il nipote a scuola. Questi accettò
malvolentieri ma finì comunque per affezionarsi al ragazzo,
difendendolo dai compagni che lo maltrattavano perché di un
altro paese.
Per avvicinare alla preghiera e all'ascolto della Messa i
ragazzini del paese, Giovannino Bosco decise di imparare i
giochi di prestigio e le acrobazie dei saltimbanchi, attirando
così i coetanei e i contadini del luogo grazie a salti e
trucchetti di magia, invitandoli però prima a recitare il
Rosario e ad ascoltare una lettura tratta dal Vangelo. Dopodiché
sbalordiva i suoi spettatori camminando sul filo come un
funambolo come egli stesso raccontava nelle sue Memorie.
Nel febbraio del 1826 Giovanni Bosco perse anche la nonna
paterna che viveva con loro. Poiché ella riusciva a tenere a
freno i tre ragazzi della famiglia, Margherita, spaventata dal
fatto che il figlio potesse perdere la via giusta, chiese al
parroco, Don Sismondo, di concedergli la Comunione, benché l'età
media dei ragazzi per accedere al sacramento fosse di dodici
anni, mentre Giovannino Bosco
aveva soltanto undici anni. Don Sismondo accondiscese e così il
26 marzo 1826, giorno di
Pasqua, il ragazzo fece la sua
Prima Comunione.
L'inverno che seguì fu per lui uno di più duri: il fratellastro
Antonio, che già guardava di cattivo occhio il fatto che
Giovannino frequentasse la scuola e per di più passasse il tempo
pregando e compiendo giochi di prestigio, si lamentò di lui e a
stento il ragazzino riuscì a salvarsi dai suoi pugni. Margherita
fu così costretta a mandare via il figlio dai Becchi per farlo
vivere come garzone presso la cascina dei coniugi Luigi e
Dorotea Moglia, dove rimase dal febbraio
1827 al novembre
1829. Essi, in un primo
momento, non volevano accogliere il giovane fra i propri
lavoratori ma osservando la tenacia e l'intelligenza del ragazzo
decisero di tenerlo con loro, affidandolo al vaccaro della
famiglia, il vecchio Giuseppe, chiamato da tutti "lo zio".
Essendo desideroso di studiare, Giovanni chiese allo zio Michele
Occhiena, che aveva scambi con il Seminario di Chieri, di
intercedere per lui affinché qualche sacerdote accettasse di
istruirlo. Michele non riuscì però ad ottenere alcun risultato.
Nel settembre di quel 1829, a Morialdo era venuto a stabilirsi
come cappellano don Giovanni Calosso,
sacerdote settantenne, questi, dopo aver constatato quanto
intelligente e desideroso di studiare fosse il giovane, decise
di accoglierlo nella propria casa per insegnargli la grammatica
latina e prepararlo così alla vita del sacerdote. Un anno dopo,
e precisamente il 21 novembre del 1830,
Giovanni Calosso fu colpito da
apoplessia e moribondo diede al giovane amico la chiave
della sua cassaforte, dove erano conservate seimila lire che
avrebbero permesso a Giovanni di studiare ed entrare in
Seminario. Il ragazzo però preferì non accettare il regalo del
maestro e consegnò l'eredità ai parenti del defunto.
Il 21 marzo 1831 il
fratellastro Antonio sposò Anna Rosso, di Castelnuovo, e la
madre decise di dividere l'asse patrimoniale con lui così che
Giovanni poté tornare a casa e riprendere da settembre gli studi
a Castelnuovo con la possibilità di una semi-pensione presso
Giovanni Roberto, sarto e musicista del paese che gli insegnò il
proprio mestiere. A fine anno decise di andare a studiare a
Chieri e in estate andò al
Sussambrino, una cascina che il suo fratellastro Giuseppe,
insieme a Giuseppe Febraro, aveva preso a
mezzadria per approfondire gli
studi.
Grazie all'aiuto del maestro, Don Emanuele Virano, riuscì a
recuperare tutto il tempo perduto ma, non appena questi fu
nominato parroco di Mondonio e dovette abbandonare la scuola, il
suo sostituto, don Nicola Moglia, di settantacinque anni, non
riuscendo a contenere i suoi giovani studenti, fece perdere al
giovane Bosco tempo prezioso che egli comunque spese imparando
diversi mestieri, quale quello del sarto, grazie all'aiuto di
Giovanni Roberto e quello del fabbro nella fucina di Evasio
Savio, un suo amico, grazie ai cui insegnamenti egli un giorno
sarebbe riuscito a fondare laboratori per i ragazzi
dell'Oratorio di Valdocco.
Il sacerdozio

(nella foto
l'ingresso del seminario di Chieri, nella centrale via
Vittorio Emanuele, dove Giovanni Bosco studiò dal 1835 al 1841)
Il
Seminario e l'amicizia con Luigi Comollo
A Chieri si stabilì a pensione presso la casa di Lucia Matta. Per mantenersi
gli studi lavorò come garzone, cameriere, addetto alla stalla etc. Qui fondò la
Società dell'Allegria, attraverso la quale, in compagnia di alcuni giovani di
buona fede, tentava di far avvicinare alla preghiera i coetanei attraverso i
suoi soliti giochi di prestigio e i suoi numeri acrobatici. Egli stesso
raccontava che un giorno riuscì a battere un saltimbanco professionista,
acquistandosi così le acclamazioni e gli applausi della popolazione di
Chieri.
Durante gli anni di studio, Giovanni Bosco strinse forte amicizia con
Luigi
Comollo, nipote del parroco di Cinzano. Il giovane era spesso
maltrattato dai suoi compagni, insultato e picchiato ma accettava spesso con un
sorriso o una parola di perdono queste sofferenze. Il giovane Bosco, dal canto
suo, non sopportava di vedere il coetaneo così maltrattato e spesso lo difendeva
azzuffandosi con i suoi aggressori.
Le parole di Comollo e le sue incessanti preghiere turbarono profondamente
l'animo di Giovanni tanto che egli stesso un giorno ricordò nelle sue Memorie:
"Posso dire che da lui ho cominciato a imparare a vivere da cristiano". Grazie
al suo atteggiamento così mansueto e innocente, il futuro santo comprese quanto
fosse importante per lui raggiungere la salvezza dell'anima e ciò rimase
talmente impresso nella sua mente che un giorno, quando egli avrebbe fondato
l'Oratorio a Valdocco, avrebbe trascritto su
un cartello nella propria stanza: "Toglimi tutto, ma dammi le anime".
Nell'autunno del 1832, Giovanni Bosco iniziò la
terza
grammatica. Nei due anni seguenti proseguì regolarmente frequentando le
classi che venivano chiamate umanità (1833-34) e
retorica
(1834-35), dimostrandosi un allievo eccellente, appassionato dei libri e di
grande memoria.
Nel marzo
1834
Giovanni Bosco, che si avviava a terminare l'anno di umanità, presentò ai Francescani la domanda di
essere accettato nel loro ordine ma cambiò idea prima di andare in convento,
forse nel timore che come
frate non sarebbe più riuscito a dare un sostegno economico alla madre povera
nella vecchiaia[senza fonte].
Decise allora di vestire l'abito clericale entrando in seminario.
Il giovane prete don Giuseppe
Cafasso gli consigliò di completare l'anno di retorica e quindi di
presentarsi all'esame per entrare al seminario di Chieri, aperto nel 1829.
Giovanni superò l'esame, che si tenne a Torino, il 25 ottobre prese l'abito
ecclesiastico e il 30 ottobre 1835 si presentò in seminario.
Il 3 novembre
1837
Giovanni iniziò la teologia, studio fondamentale
per gli aspiranti al sacerdozio. In quel tempo occupava cinque anni, e
comprendeva come materie principali la
dogmatica
(lo studio delle verità cristiane), la morale (la legge che il cristiano
deve osservare), la Sacra Scrittura (la
parola di Dio), la storia
ecclesiastica (storia della Chiesa dalle origini del cristianesimo all'età
contemporanea).
In seminario Giovanni Bosco rincontrò l'amico Comollo con il quale poté così
ristabilire la salda amicizia di un tempo. Ma il 2 aprile
del 1837, Luigi Comollo, già debole
fisicamente, cadde malato e si spense a soli 22 anni. Due giorni dopo, secondo
una testimonianza diretta di Giovanni Bosco e dei suoi compagni di camera,
l'amico defunto apparve loro sotto forma di una luce gridando: "Io mi sono
salvato". Se fosse quello frutto dell'immaginazione o realmente un fatto
prodigioso non importava al giovane chierico che da quel momento in poi decise
di "mettere la salvezza eterna al di sopra di tutto, a considerarla come l'unica
cosa veramente importante".
Il 29 marzo
1841
ricevette l'ordine del diaconato, il 26 maggio iniziò gli esercizi spirituali di
preparazione al sacerdozio che ricevette il 5 giugno 1841 nella Cappella
dell'Arcivescovado di Torino.
Diventato prete, ricevette alcune proposte lavorative da parte di amici e
conoscenti che, per ricompensare lui e la sua famiglia dei sacrifici fatti, lo
volevano come istitutore a Genova o come cappellano. Egli però si rifiutò di
accettare tali funzioni sia per una propria inclinazione all'umiltà, sia per le
accese omelie di Giuseppe Cafasso, che accusava i sacerdoti di ingordigia e
avidità, sia per la perentoria affermazione della madre Margherita: "Se per
sventura diventerai ricco, non metterò mai più piede a casa tua".
Su invito del Cafasso, decise di entrare, primi di novembre del 1841, in Convitto a Torino, un ex-convento accanto
alla chiesa di
San
Francesco di
Assisi. In questo edificio il teologo Luigi Guala, aiutato dal già citato
Cafasso, preparava 45 giovani sacerdoti a diventare preti del tempo e della
società in cui dovranno vivere. La preparazione durò tre anni.

(nella foto
Don Bosco, giovane sacerdote)
Primi incontri
con i giovani disagiati
Ispirato dalle notizie riguardanti Don Giovanni Cocchi, che pochi anni prima
di lui aveva tentato di radunare all'interno di un Oratorio i
ragazzi disagiati
di Torino, Giovanni Bosco decise di scendere per le strade della sua città e
osservare in quale stato di degrado fossero i giovani del tempo. Incontrò così i
ragazzi che, sulla piazza di Porta Palazzo, cercavano in tutte le maniere di
procurarsi un lavoro. Di questi giovani molti erano scartati perché poco robusti
e in poco tempo costretti a finire presto sottoterra. Le statistiche confermano
che in quel tempo ben 7184 fanciulli sotto i dieci anni erano impiegati nelle
fabbriche[3].
In piazza San Carlo, Don Bosco poteva conversare con i piccoli spazzacamini,
di circa sette o otto anni, che gli raccontavano il loro mestiere e i problemi
da esso generato. Erano molto rispettosi nei confronti del sacerdote che li
difendeva molto spesso contro i soprusi dei lavoratori più grandi che tentavano
di derubarli del misero stipendio.
Insieme a Don Cafasso cominciò a visitare anche le carceri e inorridì di
fronte al degrado nel quale vivevano giovani dai 12 ai 18 anni, rosicchiati
dagli insetti e desiderosi di mangiare anche un misero tozzo di pane. Dopo
diversi giorni di antagonismo, i carcerati decisero di avvicinarsi al sacerdote,
raccontandogli le loro vite e i loro tormenti. Don Bosco sapeva che quei ragazzi
sarebbero andati alla
rovina senza una guida e quindi si fece promettere che,
non appena essi sarebbero usciti di galera, lo avrebbero raggiunto alla chiesa
di San Francesco.
L'8
dicembre
1841
incontrò, prima di celebrare Messa, Bartolomeo Garelli nella sacrestia della
chiesa di San Francesco di Assisi. Questi fu il primo ragazzo che si unì al suo
gruppo. Don Bosco aveva deciso così di radunare intorno a sè tutti i ragazzi
degradati della zona, dai piccoli spazzacamini agli ex detenuti. Fondamenti
della sua futura attività erano tre: l'amicizia con i giovani (che molto spesso
erano orfani senza famiglia), l'istruzione e l'avvicinamento alla Chiesa. La
sera di quello stesso giorno, Giovanni fece amicizia anche con i tre fratelli
Buzzetti, provenienti da Caronno Varesino, che
si erano addormentati durante la sua predica.
Quattro giorni dopo, durante la messa domenicale, erano presenti Bartolomeo
Garelli insieme a un nutrito gruppo di amici e i fratelli Buzzetti, con seguito
di compaesani. Quello sarebbe stato il primitivo gruppo che avrebbe dato il via
all'Oratorio di Don Bosco. Già poco tempo dopo il gruppo era talmente numeroso
che il sacerdote chiese l'assistenza di tre giovani preti: don Carpano, don
Ponte, don Trivero. Anche alcuni ragazzi di media cultura si avvicinarono a Don
Bosco, aiutandolo a tenere a bada i ragazzi più impulsivi e ribelli.
Nella primavera del 1842, al ritorno dal paese, i
fratelli Buzzetti conducevano con loro il più piccolo, Giuseppe, che si
affezionò molto a Don Bosco e decise, in età adulta, di seguire la via del
sacerdozio, divenendo così suo braccio destro nella gestione del futuro
ordine
salesiano.
A servizio della
Marchesa di Barolo
Nell'autunno dell'1844 don Giuseppe Cafasso comunicò a Don Bosco di preparare
le valigie poiché avevano stabilito che divenisse il direttore dell'Ospedale di Santa Filomena. Don
Cafasso voleva infatti che il giovane amico facesse conoscenza con don Giovanni
Borel, sacerdote legato al re stesso, che avrebbe potuto aiutarlo economicamente
nella gestione dell'Oratorio. Egli sarebbe divenuto in seguito il direttore
ufficiale di tale associazione.
Il 12 aprile
1846,
giorno di Pasqua, finalmente don Bosco trovò una posto per i suoi ragazzi, una
tettoia con un pezzo di prato: la tettoia Pinardi a
Valdocco.
Nel
1854 don Bosco
diede inizio alla
Società
Salesiana, con la quale assicurò la stabilità delle sue opere e del suo
spirito anche per gli
anni futuri. Dieci anni dopo pone la prima pietra del
santuario di
Maria Ausiliatrice.
Nel
1872, con
Santa Maria
Domenica Mazzarello, fondò l'Istituto delle
Figlie di Maria
Ausiliatrice, con lo scopo di educare, con il medesimo spirito, la gioventù
femminile.
Le missioni in
Argentina
La prima spedizione
Nel
1875 partì la
prima spedizione missionaria per l'Argentina, terra della grande
emigrazione italiana
dell'Ottocento. Don Bosco fondò
intanto i Cooperatori, considerati da Don Bosco
stesso come i «Salesiani Esterni». La presenza dei missionari era stata
richiesta dall'arcivescovo, Mons. Aneiros.
Informato dal console argentino
Giovanni Battista Gazzolo sul lavoro dei Salesiani, propose a Don
Bosco di
accettare la gestione di una parrocchia a Buenos Aires ed un collegio
di ragazzi a
San
Nicolás de los Arroyos. Don Bosco accolse la richiesta. Con una solenne
celebrazione nella Basilica di Maria Ausiliatrice, in Torino, il giorno
11
novembre
1875,
prese avvio la prima spedizione missionaria salesiana. Guidati da don Giovanni
Cagliero, i missionari di don Bosco si imbarcarono dal porto di Genova il
14
novembre
1875. A
Buenos Aires si insediarono in una parrocchia per emigrati italiani.
(nella foto Don
Bosco con i suoi ragazzi)
La seconda
spedizione
La seconda spedizione, giusto un anno dopo, il 14 novembre 1876, portò a sbarcare un altro
gruppo di salesiani. Li guidava don Francesco Bodrato. Con loro venne aperta,
sempre a Buenos Aires, una scuola di arte e mestieri, dove si formavano sarti,
falegnami, legatori. Altro personale arrivò con la terza spedizione missionaria
nel
1877. Questa
volta, insieme ai Salesiani, arrivarono le prime Figlie di Maria Ausiliatrice,
guidate da Suor Angela Vallese. Il sogno di don Bosco per l'Argentina mirava
tuttavia alla Patagonia. Dopo anni di
attesa, nel
1879 si
presentò l'occasione. Il Governo argentino affidò al generale Julio Argentino
Roca la spedizione militare il cui obiettivo era la “conquista del
deserto”. Mons. Espinosa, vicario di Buenos
Aires, e i salesiani don Giacomo Castamagna e il chierico Botta accompagnarono
l'esercito come cappellani. Venne così
avviata la missione in Patagonia. Carmen de Patagones
la
prima opera salesiana. Più tardi venne aperta Chos Malal, quindi
Bahía
Blanca,
Junín de los
Andes e gradualmente le altre case. Grandi missionari, come don Milanesio e
don Fagnano, dedicarono impegno e creatività pastorale a questa generosa terra e
ai suoi abitanti, soprattutto gli indio delle pampa. Nel 1884 don
Cagliero venne nominato vicario apostolico
della Patagonia settentrionale e centrale e ricevette la consacrazione
episcopale il 7 dicembre dello stesso anno.
L'azione missionaria sognata da don Bosco cominciava a dare i suoi frutti
ecclesiali. L'importanza dei salesiani nella cultura del paese sudamericano è
testimoniata indirettamente dal tango "Cambalache" ("bottega di
rigattiere"), scritto e musicato nel 1934 da Enrique Santos Discepolo. Il testo,
nonostante il pessimismo di fondo dell'autore, accosta don Bosco a figure
positive come lo sportivo Primo Carnera e l'eroe
nazionale argentino
José de San
Martín
Alcune figure di missionari
Dopo gli inizi, comprensibilmente faticosi, con l'entusiasmo crebbe anche la
consistenza dei figli di Don Bosco in Argentina. Al lavoro in questa terra sono
tanti i Salesiani che hanno legato il loro nome scrivendo pagine straordinarie
di evangelizzazione e promozione umana: tra gli altri don Domenico Milanesio,
don Giuseppe Vespignani, don Alberto De
Agostini, Mons. Giuseppe Fagnano, don Luigi Costamagna, il tedesco don
Mattia Saxler, e gli argentini don Stefano Pagliere e don Luigi Pedemonte.
Una presenza stupenda è stata quella di Artemide Zatti, giovane emigrato
italiano che in Argentina diventa salesiano, svolge un lavoro umile e prezioso
come infermiere, condisce di profonda spiritualità e di carità la sua giornata,
muore considerato da tutti un Santo. Nell'aprile 2002 la Chiesa lo proclama “Beato”: festa e generoso
impegno in tutto il mondo salesiano argentino. Sul versante educativo la
Patagonia argentina ha prodotto due figure giovanili che hanno raggiunto vertici
di santità: Ceferino
Namuncurá (figlio del grande Cacico Manuel) e Laura Vicuña (allieva
delle FMA morta tredicenne a Junín de Los Andes). Avviata la causa di
beatificazione di entrambi: Laura è stata proclamata “Beata” dal Papa il 3
settembre 1988 al Colle don Bosco. Altra figura significativa è quella di D.
Juan E. Vecchi: grande maestro di Pastorale Giovanile, è stato l'ottavo
successore di Don Bosco. Oggi sono 5 le Ispettorie salesiane, diffuse su tutto
il territorio argentino (da Buenos Aires a Bahía Blanca, da Córdoba a Rosario, da San Miguel de
Tucumán a La Plata) con oltre 120 opere
animate da un migliaio di Salesiani (in gran parte argentini).
La morte
e la canonizzazione
Don Bosco morì all'alba del 31 gennaio 1888 ed è attualmente sepolto nel
Santuario di
Maria Ausiliatrice, in una cappella in fondo alla navata destra. Il
messaggio educativo si condensò attorno a tre parole: ragione, religione,
amorevolezza. Alla base del suo sistema preventivo ci fu un profondo amore per i
giovani, chiave di tutta la sua opera educativa. Il 2 giugno 1929 Papa Pio XI lo beatificò,
dichiarandolo santo l'1 aprile 1934, giorno di Pasqua.Tra le opere pittoriche raffiguranti San Giovanni Bosco la più conosciuta e
divulgata anche sotto forma di santino è quella del pittore Luigi Cima
custodita nella chiesa di San Rocco a Belluno.
Note
-
^ Juan Bosco dalla Wikipedia
in lingua Spagnola. Recuperato il 3 febbraio 2009.
-
^
Memorie, 14-16
-
^
Tarcisio Bosco, Don Bosco: Storia di un prete, pag.38
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